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Spielrein, pioniera trascurata e fraintesa
Sabina, Jung e l’eros:
così la paziente amata divenne una psichiatra

di Marco Garzonio

La storia d’amore tra Carl Gustav Jung e Sabina Spielrein è ormai nell’immaginario collettivo. Sulla vicenda Roberto Faenza ha realizzato una pellicola di successo, Prendimi l’anima. Come appare in maniera amplificata nel film, il “caso” contiene gli ingredienti dello “scandalo”, della curiosità, di un certo voyeurismo. V’è lui, Jung, trentenne psichiatra di sicuro successo, che fa saltare le regole della “giusta distanza” (l’espressione al proposito è di Mario Trevi, il grande vecchio dello junghismo italiano, nel recente Invasioni controllate, scritto col figlio Emanuele). V’è lei, Sabina, dieci anni di meno, la paziente, ebrea russa, conquistata da chi l’ha tratta fuori da una brutta isteria, per la quale fu ricoverata dal 17 agosto 1905 al 1° giugno 1906 al Burghoelzli, l’ospedale psichiatrico di Zurigo. Su di lei Jung, medico senior, applicherà per la prima volta il “metodo freudiano”. V’è Freud, padre della psicoanalisi.
Quando il giovane collega gli confessa il pasticcio (grazie alla Spielrein cominceranno i rapporti tra i due; sino ad allora Jung aveva solo letto i libri di Freud) collude con lui, un po’ per cultura maschilista diranno i critici, un po’ per indulgenza verso il collega di cui vede il valore e grazie al quale punta a nuove alleanze oltre i circoli ebraici, un po’ per tutelare la “sua” nuova scienza.
Tanto materiale scabroso negli anni ha finito per tenere nell’ombra l’“altra verità”. Soprattutto quella di lei, di Sabina Spielrein, che diventerà anch’ella psichiatra, sarà accolta nella cerchia di Vienna, opererà a Ginevra (Piaget farà analisi con lei), anticiperà di almeno 15 anni i lavori della Klein, di Winnicott, la infant obsevation e, tornata in Russia col marito e le due figlie, vi introdurrà la psicoanalisi, cavandosela rispetto alle difficoltà poste dal regime sovietico, sino all’arrivo dei nazisti nella sua Rostov sul Don, nel ’42, e alla scomparsa in una forra con altri ebrei.
Un libro ora restituisce alla Spielrein l’immagine forse più dolente e autentica di fiera, autorevole, feconda “pioniera dimenticata della psicoanalisi”. L’eros c’è. Ci sono attrazione e passione, ma non v’è conferma del sesso fissato nei corpi nudi avvinghiati di Emilia Fox (Sabina) e Iain Glen (Jung), locandina della lettura di Faenza. È messa in discussione la teoria delle “vittime” (lei dell’“abuso” di lui, il potere terapeutico, lui della “seduzione” di lei, l’isterica) a favore, invece, di un complicato intreccio intellettuale e umano “alla pari” tra due spiriti liberi, assetati di vita, proiettati nell’avventura delle scoperte sorprendenti dell’inconscio. Scriverà la Spielrein alla madre (il libro contiene pagine inedite del diario di lei, lettere di Jung, le cartelle cliniche, materiale per la prima  volta tradotto in italiano): “Siamo entrambi colpevoli o non colpevoli allo stesso modo”.
Soprattutto viene fatta giustizia dell’influenza che Sabina ha avuto sui suoi illustri interlocutori, che finirono per schiacciarla. Le scriverà Jung da “amico” e collega ormai nel 1912: “Forse sono io ad avere attinto da lei”. E “nonno Freud” (secondo il termine ironico che sempre Jung userà in una lettera a Sabina) inventò il nome di “controtransfert” per esorcizzare i demoni delle complicazioni erotiche della terapia dopo quanto successo al giovane e impetuoso collega zurighese. Come, peraltro, alla Spielrein Jung deve la scoperta dell’Anima, componente femminile della psiche dell’uomo. Le scrive il 4 dicembre 1908: “Comprenderà che io sono uno dei più deboli e dei più instabili degli esseri umani? Ora mi restituisca qualcosa dell’amore, della pazienza e dell’altruismo che io riuscii a darle nel momento della sua malattia. Ora sono io il malato”. E Freud, a sua volta, le è debitore del concetto di “pulsione di morte”. Il padre della psicoanalisi riconoscerà in Al di là del principio del piacere (1920) l’influenza di quanto dalla Spielrein aveva sentito dire poco meno di una decina d’anni prima, quando aveva letto a lui, Federn, Rank, Sachs, Stekel, Tausk uno scritto dal titolo La distruzione come causa della nascita.
“È una donna molto intelligente, tutto quanto dice ha un significato”, aveva scritto Freud a Jung. Ma ad accorgersene e a rendere il dovuto merito a Sabina il mondo ci ha messo tanti, troppi anni. Un po’ anche a causa dei due ingombranti colleghi, che l’hanno schiacciata, vaso di coccio tra vasi di ferro. Inconsciamente? Per gelosia e competizione? Per pregiudizi verso una collega creativa e libera? Fu lei a scrivere nel saggio Le origini delle parole infantili papà e mamma, che la figlia Renata dice papà  “quando è scontenta e quando vuole qualcosa esclama mamma”. Già, è difficile ammettere di aver bisogno.

 

 

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